Draghi, bestiari, fumatori di pipa e nuvole sul Lario. Continuano i nostri viaggi extra-ordinari

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Incontrai Dino Buzzati, quando presentò una serie di opere immaginifiche a Como nella primavera del 1968. Sulla locandina della rassegna campeggiava, con non poca importanza, in immagine e parole, un “Drago ubriaco – commentava la didascalia – avvistato in una notte di Carnevale, non lontano da Alicarnasso. Volonterosi, spericolati e attaccabrighe – proseguiva il commento – armati fino ai denti, si avvicinano al mostro. Riusciranno a sorprenderlo nel sonno o lui, svegliatosi in tempo, li divorerà?“. Noto ai più come scrittore (anche a chi non pratica la lettura, non foss’altro che per “Il deserto dei Tartari” visto che ne hanno tratto un film di grande successo), Dino Buzzati era anche apprezzato artista che, con le immagini, si destreggiava a suo piacimento inventando situazioni, personaggi e storie, figlie di una antica tradizione letteraria di gusto gotico, e non meno ascrivibili allo spirito dello “Humour Noir” termine coniato da André Breton, padre storico del Surrealismo. Mi sembrò allora cosa naturale accompagnare Dino Buzzati, dopo un aperitivo in centro città, in una visita alla chiesa romanica di San Fedele, proprio accanto al vechio Bar Mariett, dove fummo serviti di prosecco e patatine. Lì, sulla via Vittorio Emanuele, si apre la porta posteriore del monumento ornata di draghi, e non solo, dei quali, se ben ricordo se ne contano almeno cinque, caratterizzati dalle classiche commistioni zoologiche, ibridando attributi fisici dei volatili con quelle dei serpenti. Di questi “Monstra” la cultura iconografica romanica ne è letteralmente costellata e la basilica di San Fedele non fa eccezione, riportandone un buon campionario. Spaziando in ambito letterario fu giocoforza ricordare assieme il “Manuale di zoologia fantastica” di J.L.Borges nella cui introduzione del 1954, scritta dall’autore, si legge: “Ignoriamo il senso del drago, come ignoriamo il senso dell’universo; ma c’è qualcosa nella sua immagine, che s’accorda con l’immaginazione degli uomini; e così esso sorge in epoche e latitudini diverse, è per così dire un mostro necessario…“. Ma, fatte le necessarie distinzioni di stile e intendimenti, potemmo asserire che Plinio il Vecchio in epoca romana già anticipava un ben più ampio repertorio zoologico, ricco di attente osservazioni scientifice quanto di amenità involontarie nel riportare descrizioni ripescate dalla cultura che lo precedeva. Vorrei a questo punto suggerire al lettore di porre l’attenzione almento su uno fra tutti i “Monstra” citati dal nostro Plinio ovvero la “Manticora”. Così egli la descrive nel 78 d.C. nella sua Naturalis Historia (lib. XIII cap. XXX): “Ctesia scrive che in Etiopia nasce una bestia che lui chiama Manticora con un tiplice ordine di denti uniti a forma di pettine, che ha il volto e le orecchie umani, gli occhi glauchi, un colore sanguigno, il corpo leonino, la coda che punge come quella di uno scorpione; la sua voce ricorda le note della zampogna mescolate con quelle della tromba; è un animale molto veloce e particolarmente avido di carne umana“. Un essere curioso quanto apparentemente reale, vista la dovizia di particolari descrittivi, che compare a profusione, fra un drago e l’altro, nei rilievi scultorei della chiesa di Sant’Abbondio, all’esterno della cinta murata della città di Como, dove, data la lontananza e il poco tempo a nostra disposizione, ci ripromettemmo di andare comunque in un secondo tempo perché proprio lì, su un capitello, si trova un bassorilievo del tutto simile ad uno che ci aveva incuriosito sul portale di San Felele. Il soggetto, non infrequente nella decorazione romanica (ne troviamo un altro presso il Museo Civico), è una testa dalla cui bocca fuoriescono volute fitomorfe, dando corpo ad una simbologia legata al tema del Verbo creatore o Alito divino ma che (escludendo per delicatezza i sentori dell’aglio) scherzosamente e anacronisticamente interpretammo come “volute di fumo”. Lo spunto era nato dal fatto che Dino Buzzati aveva un anno prima stilato una divertita quanto puntuale introduzione allo splendido libro dedicato alla “Pipa” di Eppe Ramazzotti. Di questo volume, che conservo gelosamente assieme alla mia collezione di pipe, mi fece grazioso dono contagiandomi col fascino del mondo dei fumatori di questo antichissimo strumento. Se non fosse che sono un fumatore occasionale, potremmo dire che questa fu una vera iniziazione al “vizio”, contrabbandata da interessi culturali per lo studio della forma e caratteristiche funzionali di questi oggetti. Devo confessare di aver approfondito la questione solo molti anni dopo, quando mi resi conto che proprio in provincia di Como, a Cantù (Castello), e a Cucciago (Caminetto), si erano sviluppati, ai margini della grande industria brianzola del legno, due laboratori di alto artigianato che producevano pipe di eccellente qualità.

A suo tempo avevo anche progettata e presentata una mostra di pipe nonché vagheggiato un repertorio letterario/fotografico di “fumatori lacustri” famosi o semplicemente legati alla immaginazione artistica. Molti e di ogni epoca sono i dipinti che ritraggono personaggi pensierosi nell’atteggiamento del fumatore, magari intenti ad una sfida di durata del tabacco a “combustione lenta” ma, abbandonando la facile strada del mimetismo figurativo vorrei esclamare con Magritte “Ceci n’est pas une pipe”. Un tema, questo che propone una pipa avulsa dal reale, più volte da lui ripreso fornendo un nodo centrale di argomentazione. Magritte con tutti i suoi compagni di avventura del Surrealismo insisteva sulla necessità di un’arte che, pur sviluppando temi figurativi, fosse svincolata dalla dittatura della pittura classica. Michel Foucault nel 1973, su questa asserzione, articola un libro intero stigmatizzando i principi di un’arte ormai liberata e lontana dall’accademia. La dimensione onirica, e direi “fumosa”, del Surrealismo fa propri tutti i meccanismi del sogno, sganciando il racconto dell’artista dalla realtà del sentite quotidiano, immergendoci in un sistema complesso di rimandi linguistici e simbolici che tuttalpiù ci proietta fra le nuvole del monte Olimpo o, forse ancor più coerentemente, in quelle della commedia di Aristofane dove sole divinità riconosciute sono proprio le nuvole, simbolo di stravaganti e inconsistenti speculazioni filosofiche. “Le nuvole” che danno titolo a questa commedia scritta nel IV secolo a.C. sono in effetti perfetta metafora dell’esistenza umana e dell’incertezza affascinante del divenire. Di nuvole e sistemi complessi, in arte, psicologia, meteorologia, informatica e non solo si è argomentato nel convegno che ho organizzato nel presso il salone d’onore di Palazzo Natta 2012 nella sede del Politecnico di Milano (vedi immagine), quando ancora questo ateneo aveva un Polo Regionale a Como. In questo incontro si sono posti a confronto/dialogo “lo sviluppo sociale ed economico delle società umane e la conservazione degli ecosistemi e della biodiversità” (Maria Antonia Brovelli), “le applicazioni nella rappresentazione tridimensionale dell’architettura e del design…” (Roberto de Paolis), le nuvole dal punto di vista del pilotaggio e della navigazione aerea (Cesare Baj), “la depressione tra genetica e cultura…” (Fabio Gabrielli e Massimo Cocchi), “vita e morte delle nebulose planetarie” (Luigi Viazzo), “le nuvole dei poeti e degli scrittori…” (Luigi Picchi) il tutto “sotto un cielo di nuvole” dipinte da Giampiero Reverberi… che dal punto di vista della visione, dell’immaginazione artistica, ci riporta a quella “contemplazione delle nuvole” che tutti, almeno una volta nella vita abbiamo sperimentato e che alcuni hanno anche trasformato in esercizio sistematico di osservazione (Cloudspotting).

Si è argomentato per reperti interdisciplinari e immagini anche durante la mostra di Giampiero Reverberi in un’ampia rassegna nelle sale del Museo di Villa Carlotta nel 2016 con la collaborazione e il prestito di materiali, fra gli altri, da parte del Dipartimento di Geoscienze – Università di Padova, l’Istituto di Cristallografia e To.Sca.Lab. C.N.R., la Casa Museo e Osservatorio Sismologico Raffaele Bendandi di Faenza, la Florida International University, Miami Florida, l’ Osservatorio Astronomico di Padova.

Il titolo del convegno e della mostra: “Come le Nuvole” è ormai argomento in progress di cui si stanno a tutt’oggi progettando gli sviluppi. A partire dalla suggestione delle nuvole, questa rassegna vuole fornire oggetto di riflessione sul mutamento e la metamorfosi come metafora dell’esistenza umana, ma anche come carattere intrinseco dei sistemi complessi in natura e oggetto di studio di discipline come la meteorologia o la fisica, l’astronomia, la cristallografia e via dicendo.

Per chi volesse sapere di più su “Come le Nuvole” può consultare la documentazione in http://www.caldarelli.it/comelenuvole.htm

Michele Caldarelli (luglio 2020)

Michele Caldarelli (Milano 1950) laureato in Architettura, giornalista, storico, semiologo e critico d’arte, dal 1977 dirige la galleria d’arte “Il Salotto” attiva a Como dal 1965. L’interdisciplinarità, con una predilezione per il rapporto arte-scienza, è il filo conduttore di più di un centinaio di mostre da lui curate in Italia, Europa, Stati Uniti e Sud America, per musei, università e istituzioni culturali. È responsabile del sito Internet www.caldarelli.it da lui creato nel 1996. Ha ideato e realizzato svariate pubblicazioni e libri d’artista tra cui i 60 titoli della collezione di minilibri “Minima Poetica” e la nuova collezione “8×8” costituita da inediti racconti, saggi filosofici, viaggi immaginari e manuali di sopravvivenza intellettuale.