La DAD? Per me appena sufficiente

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Iacopo Bedogni, docente presso IULM, Laboratorio di arte digitale, tenuto in collaborazione con Nicolò Massazza, racconta la propria esperienza con la DAD.

Cosa è cambiato da quando c’è la didattica a distanza?

È cambiata la perdita di spontaneità, abbastanza legato al fatto la didattica per quanto a distanza possa aiutare in alcune situazioni.
Io credo molto, infatti, nella didattica a distanza per alcuni studenti impossibilitati a muoversi dal proprio domicilio per motivi economici o di altro tipo.
Ma, dal punto di vista della spontaneità manca completamente l’aspetto frontale che, invece, sarebbe giusto avere.
Perché l’aspetto frontale è la trasmissione di una relazione fatta di tante cose, sguardi, attese, riflessioni, condivisioni.
Comprendere uno sguardo, un bisogno, sono cose molto difficili a distanza.

La didattica a distanza a influito negativamente sulla sua materia?

Sulla nostra materia ha influito tantissimo, noi Abbiamo aderito al progetto di docenza allo Iulm in funzione del fatto che era un laboratorio. Essendo un laboratorio di videoarte era un confrontarsi e un produrre insieme, in classe, del materiale e far comprendere agli studenti come lavorare in una determinata maniera.

Credo che i laboratori come il nostro siano quelli in assoluto più deficitari in questa condizione.

Come vive personalmente questa differenza?

Come tutte le cose purtroppo ci si abitua, ha un fattore di comodità.
Comodità di attuare sistemi come quello dei colloqui a distanza, che permettono di discuterne nonostante si stia lavorando lontano.
Nonostante renda più fluido il flusso di lavoro, però la partecipazione emotiva, di concentrazione, che è in grado di dare il rapporto frontale è deficitaria.

Se dovessi dargli un voto sarebbe appena sufficiente, giusto perché è presente il fattore comodità.

Come vede invece gli studenti?

Per un docente è forse la cosa più imbarazzante: in aula ti trovi con studenti di diverse generazioni più giovani e risulta quindi ancora più importante empatizzare, cercare gli sguardi e l’attenzione. Con una reale presenza in classe è un processo più semplice, ma se non è in classe ma son luoghi in cui, magari per agevolare la connessione, non si usa la camera, ma solo l’audio perdi. Perdi tanto di quella che è la relazione. Base di qualsiasi didattica, soprattutto su processi che sono quasi, come dire, artigianali come quello di ricerca artistica. È una grave perdita.

Pensa che la didattica possa avere un futuro?

Posso esistere situazioni personali, famigliari o di salute che impediscono a studenti valenti di non essere in grado di trasferirsi e quindi essere preclusi a determinati insegnamenti o di università. In questo caso può sicuramente essere visto come una conquista.
Ma nell’ottica di una normale docenza con gli studenti non può essere l’alternativa.

Potrebbe essere che nel futuro si creino due modalità, ma nel caso dello stesso corso universitario però personalmente mi sentirei di darei due valutazioni differenti a studenti che hanno frequentato di persona, partecipato a tutti gli approfondimenti, rispetto a chi si è sempre connesso da casa o in un altro luogo.

Ma ci sono tanti studenti che comunque non potrebbero permettersi di venire a Milano, prendersi una casa e pagare un determinato corso di studi. In questo caso un corso di studi a distanza, meno caro, permetterebbe di aprire le porte a queste situazioni.
Una grande rivoluzione che però dovrebbe finire lì.

Se tu sei realmente impossibilitato allora è giusto tu abbia una adeguata forma didattica e una giusta valutazione.
Se è solo per comodità, perché per esempio un ragazzo non vuole allontanarsi dalla sua realtà in sud Italia e non vuole trasferirsi a Milano, non va assolutamente bene. Prima quanti studenti hanno fatto questo sacrificio pur magari provando le tue stesse emozioni o vivendo quella situazione.

Grande rivoluzione, ma solo per casi specifici.