Il ritiro adolescenziale: quale disagio e come aiutare i nostri ragazzi

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Oggigiorno, ci capita di sentire o vivere l’esperienza di alcuni giovani, i quali, al rientro della scuola, non reggano il ritorno al quotidiano impegno scolastico (rappresentato da compiti, prove, confronti e valutazioni) e decidano di smettere di frequentare.

Sempre più spesso, sentiamo parlare di ragazzi che tendono a ritirarsi dalla scuola o dalla società; ma come mai? Cosa sta succedendo?

Anche in Italia, si sta diffondendo, il fenomeno degli Hikikomori: nato in Giappone, vuol dire “stare in disparte” e indica la tendenza dei ragazzi, tra i 14 e i 30 anni, di rinchiudersi in camera, spesso disordinata, che diventa il loro mondo, dove mangiano, vivono di notte, dormono di giorno, rinunciando ad avere qualunque contatto con l’ambiente esterno e immergendosi nel mondo digitale (videogiochi, social network, ecc).

Tale comportamento è segno di un disagio sociale che sembra celare vissuti di inadeguatezza, vergogna, ansia: tutti indici di un malessere più profondo.

E’ importante dunque prestare attenzione e non confonderlo, erroneamente, con l’inettitudine, o la mancanza di iniziativa, o la pigrizia, o, a volte, anche con la depressione o la dipendenza da internet (questa, solitamente, non è una causa ma una conseguenza).

Le origini possono essere collegate sia alla personalità del ragazzo/a (introverso, sensibile, che fatica ad affrontare le sfide della vita), all’ambiente scolastico non favorevole (es. bullismo) e vissuto in modo negativo (rapporto con gli insegnanti e i compagni), alle difficoltà relazionali con i genitori, soprattutto in fase adolescenziale, oltre che alla pressione di realizzazione sociale.

Questo fenomeno sembra verificarsi maggiormente nei periodi di passaggio dalle scuole elementari alle medie, e dalle scuole medie alle superiori, in cui gli adolescenti si sentono messi maggiormente alla prova rispetto i cambiamenti.

È importante avere un occhio attento e intervenire sin da subito, appena ci accorgiamo dei primi cambiamenti: i primi giorni saltati a scuola, ore e ore ritirati in camera, l’evitamento di uscite con amici o attività che solitamente si frequentano.

In tal senso è fondamentale il ruolo sia dei genitori che degli insegnanti, affinché intercettino i primi segni e sintomi e si rivolgano al professionista psicologo per un aiuto mirato e professionale.

In base alla mia esperienza, agire nella fase precoce permette una ripresa più breve ed efficace.

Il supporto del professionista si rivolge sia ai genitori e agli insegnanti, nell’aiutare loro a capire quando compaiono i primi segni e sintomi (non confondendoli con altri disagi) e fornire degli strumenti per poter agire in modo tempestivo, e sia agli adolescenti.

Questi ragazzi hanno capacità e risorse che restano nascoste dalla maschera del sentirsi inadeguati e non abbastanza all’altezza delle sfide quotidiane, il compito del professionista psicologo è aiutarli a far riemergere e nutrire tali potenzialità per sviluppare il coraggio e la forza di affrontare il mondo e autorealizzarsi al meglio.

Prima di tutto accostandosi a loro e ai loro vissuti, con rispetto e delicatezza, sostenendo loro nelle fatiche dell’affrontare gli impegni quotidiani, e cercando, assieme, di individuare i significati dei disagi sottostanti per poter poi far in modo che sviluppino maggior autostima, senso di autoefficacia e fiducia in se stessi per riemergere e rimettersi in gioco.

Questo è il lavoro che, da anni, metto in pratica con loro e, grazie anche alla determinazione, alla perseveranza e all’empatia, ciò ha permesso ai ragazzi di tornare a scoprire la vitalità e l’energia della vita, come se fosse una seconda rinascita.

 

A cura di Dott.ssa Annanisia Centra, Psicologa

 

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